L’omosessualità è una malattia?

L’idea omosessualità come malattia psichiatrica risale al diciannovesimo secolo.
I clinici non hanno esitato a sperimentare cure volte a condurre le persone omosessuali all’eterosessualità: bromuro, ipnosi, massicce terapie farmacologiche, elettroshock con conseguenze devastanti per gli sfortunati pazienti. Già allora, però, alcuni studiosi proponevano dubbi alla scienza e iniziavano a sostenere che l’omosessualità fosse una naturale variante umana.

Con la nascita della psicoanalisi, anche Siegmund Freud si preoccupa di dare una spiegazione dell’omosessualità, a volte con posizioni ambivalenti.
Da un lato colloca “l’inversione sessuale” tra le patologie mentali, dall’altro arriva ad affermare che questa è una variante della funzione sessuale che non va curata.
Nel 1952 viene pubblicato dall’Associazione degli Psichiatri Americani (APA) il DSM I, ovvero il primo Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali, adottato a livello mondiale. Qui l’omosessualità compare tra i “Disturbi sociopatici di personalità”.
Nel 1957 Evelyn Hooker conduce un importante esperimento: somministra una batteria di test a gruppi di persone omosessuali ed eterosessuali per verificare se sia possibile differenziare il loro funzionamento psicologico. Dall’analisi dei risultati risulta evidente che non ci sono differenze tra le persone omosessuali e quelle eterosessuali: non esiste alcun segnale che faccia sospettare che l’omosessualità sia una malattia.
Dopo trentacinque anni di studi, nel DSM III-R del 1987 l’omosessualità viene derubricata e le eventuali difficoltà della persona omosessuale vengono attribuite all’interiorizzazione dell’ostilità sociale da parte della persona e non all’omosessualità in sé.
Il 17 maggio 1990 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità cancella l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali definendola una “variante naturale del comportamento” che comporta l’attrazione sentimentale e/o sessuale tra individui dello stesso sesso.
Tutti gli studi ci dicono che non esistono differenze tra le persone eterosessuali e quelle omosessuali in termini di personalità e benessere psichico. Affinché una data condizione possa essere considerata patologica, infatti, devono esistere alcune differenze biologiche, endocrine o cromosomiche e/o alcune manifestazioni psichiche che, in qualche modo, compromettono il corretto funzionamento sociale, relazionale e personale del soggetto. La persona per il solo fatto di avere un orientamento omosessuale o bisessuale, non soddisfa alcuno di questi criteri. Pertanto non può esistere alcuna terapia per l’omosessualità. Coloro che si vantano di poter guarire le persone omosessuali sono solo ciarlatani che sfruttano il dolore delle persone che fanno fatica ad accettarsi e il loro bisogno di ascolto, risposte e accoglienza. Diversi studi indicano che coloro che si sono sforzati di diventare eterosessuali sono andati incontro per lo più a dolorosi insuccessi, spesso sono caduti in una forte depressione e in alcuni casi si sono spinti fino al suicidio. Le associazioni più accreditate di medici e psicoterapeuti sostengono che non si dovrebbe mai provare a modificare l’orientamento sessuale delle persone.
Anche l’Ordine Nazionale degli Psicologi Italiani ha chiarito che “qualunque corrente psicoterapeutica mirata a condizionare i propri clienti verso l’eterosessualità o verso l’omosessualità è contraria alla deontologia professionale e al rispetto dei diritti dei propri pazienti [...].
Inoltre le cosiddette ‘terapie riparative’, rivolte ai clienti aventi orientamento omosessuale, rischiano, violando il codice deontologico della professione, di forzare i propri pazienti nella direzione di cambiare o reprimere il proprio orientamento, invece di analizzare la complessità di fattori che lo determinano e favorire la piena accettazione di se stessi”.