Credevo di essere libero da pregiudizi verso gli omosessuali, anzi coltivavo a loro riguardo pregiudizi favorevoli: la sensibilità, l'estro, la mitezza; pensavo ai grandi artisti che avevano questo orientamento e a chi sollevava obiezioni dicevo che né Mussolini né Hitler erano omosessuali. Poi assistendo alla sfilata di un pride alcuni anni fa mi venne un groppo alla gola vedendo dei genitori che mostravano cartelli con la scritta "etero o gay son tutti figli miei". Li ammiravo, pensavo alle montagne di dolore che avevano dovuto scalare per arrivare fin là, ma mi turbavano.

Poi è toccato a me e alla mia famiglia vivere il disvelamento dell'omosessualità di mio figlio. Qualcosa avevo intuito da tempo e avevo provato a parlargliene, ma lui negava e io ero contento per qualche giorno. Poi non è stato più possibile mentirci. Ho assistito alla mia morte e a quella del figlio che pensavo di avere. Ho pensato a mio padre, alle passate generazioni e ho avuto l'impressione che anche loro fossero state come destituite e ferite da questo fatto.

Ci è voluto tempo e il conforto e il confronto con altri genitori. Sono stati loro la bombola di ossigeno che ha salvato me e la mia famiglia. Un aiuto che potevano darmi solo loro e che non avrei potuto accettare da nessun altro.

Ho poi pensato a quanta sofferenza e malattia può provocare l'omosessualità negata e repressa. E a quanta solitudine avevo abbandonato mio figlio in tutti quegli anni. Pensavo di poter capire tutto e di avere parole per parlare e spiegare tutto, ma non avevo voluto capire mio figlio e non ero stato capace di trovare le parole per andargli incontro.

C'è voluto tempo e piano piano ciò che era chiaro alla mia ragione - l'omosessualità non è una scelta, né un vizio, né una malattia- ha smesso di farmi male allo stomaco.

Ho preso la strada della comprensione e sono ancora in cammino, nel frattempo ho capito che non è e non può essere una marcia in solitaria.

Mi sono messo in cammino

Sono ancora sulla strada della comprensione.

Cristoforo