Spesso la paura più grande è parlarne, dirlo agli altri.

Le prime persone, al di fuori della mia famiglia, a cui ho detto di avere un figlio omosessuale sono stati due miei colleghi. Sono stati (e lo sono ancora anche se non lavoro più) più che colleghi: un'amica e un amico con cui chiacchierare del lavoro, ma anche di noi delle nostre gioie e dei nostri problemi fuori dal luogo di lavoro, approfittando della pausa pranzo.

Non so perché l'ho fatto; forse non riuscivo a tenermi dentro quell'angoscia, forse perché volevo provare a capire, dicendolo a loro, come veniva accolto un tale "segreto", forse non volevo che fosse un segreto.

.......

Quel giorno piangevo, cosa che non avevo fatto a casa davanti a mio figlio e mio marito. Loro mi hanno consolata, ma non come si fa per una cosa grave come una malattia incurabile, ma affettuosamente quasi scherzando facendomi capire che non avevo motivo di star male.

Oggi mi sono convinta che il male che ancora circonda la questione dell'omosessualità comincia proprio dal segreto e perciò parlo dell'omosessualità di mio figlio a chiunque. Spesso creo il pretesto per parlarne. Con la parrucchiera quando le dico che sono lì a farmi la piega perché devo partecipare ad una manifestazione, con alcuni conoscenti, parlando di vacanze, sottolineo che partecipo ad un Pride europeo, con i padroni dei cani amici del mio ai giardinetti ai quali chiedo tranquillamente un contributo per la causa.

Qualche anno fa, durante una manifestazione in piazza ero con altri volontari LGBT e ci aggiravamo con alcuni cartelli appesi al collo con dei messaggi che avrebbero dovuto provocare una reazione dei passanti. Il mio diceva "sono una madre degenere". Una signora anziana mi si è avvicinata "ma ... che significa?"

"Signora, io ho un figlio omosessuale, per la gente io sono una cattiva madre perché non ho saputo crescerlo bene. Anche lei pensa questo?"

Mi ha abbracciata "ma no, figlia mia che dici, le mamme tutte brave sono! .... ma dimmi com'è che ce ne sono tanti ragazzi così adesso, ci sarà mica qualcosa nell'aria?"

Anche quest'ultima cosa, l'aria, mi ha convinta che anche fra la gran brava gente, fra tanta brava gente c'è confusione e disinformazione e che quindi bisogna dire, far conoscere la questione nei suoi termini reali.

La reazione degli altri di fronte al tuo coming out dipende da te, da come ti poni, da come lo racconti. Se lo dici con mestizia avrai di ritorno la consolazione che significa commiserazione. Se lo dici con rabbia riceverai comprensione per te e calunnie su tuo figlio. Se lo dici con serenità la prima reazione sarà di stupore, poi di ammirazione. Se lo dici con allegria si riderà insieme.

E SE TOCCASSE A  TE?