“Quattro anni fa, quando dissi a miei genitori di essere omosessuale, entrambi mi fissarono intensamente per alcuni secondi con occhi sbarrati, increduli. Mi ero trasferito a Londra già da un anno, dove passavo le settimane tra i manuali di diritto internazionale ed escursioni in città con gli amici universitari. Ricordo ancora il dolore nelle loro voci, il momento preciso in cui capirono che il loro primogenito dagli occhi azzurri avrebbe dovuto affrontare una vita più difficile del previsto. Io rispondevo alle loro domande con parole perfettamente misurate. Per anni le avevo ripetute in silenzio tra le pareti della mia cameretta in Liguria".

Spesso la paura più grande è parlarne, dirlo agli altri.

Le prime persone, al di fuori della mia famiglia, a cui ho detto di avere un figlio omosessuale sono stati due miei colleghi. Sono stati (e lo sono ancora anche se non lavoro più) più che colleghi: un'amica e un amico con cui chiacchierare del lavoro, ma anche di noi delle nostre gioie e dei nostri problemi fuori dal luogo di lavoro, approfittando della pausa pranzo.

Non so perché l'ho fatto; forse non riuscivo a tenermi dentro quell'angoscia, forse perché volevo provare a capire, dicendolo a loro, come veniva accolto un tale "segreto", forse non volevo che fosse un segreto.

.......

I nostri figli e le nostre figlie devono smettere di chiedere il permesso di esistere.
I nostri figli e le nostre figlie devono poter vivere la propria libertà di amare nella sua interezza, attimo dopo attimo.
I nostri figli e le nostre figlie devono smettere di percepirsi come persone dallo sguardo ferito e avere più coraggio.
E il coraggio dobbiamo essere proprio noi genitori a darglielo: noi genitori che li chiamiamo alla vita, alla loro vita.
Ma cammin facendo ce lo scordiamo e, se non sono secondo le nostre aspettative, ci crolla il mondo addosso e arriviamo a negarli, a cancellare un aspetto fondamentale del loro essere: la loro affettività.

ECCO. È passato un anno. Il percorso è stato affrontato, la transizione da poco terminata. Siamo appena rientrati da Bangkok, inutile dire che non è stata una passeggiata, mi sento ancora addosso la paura e la tensione di quei momenti, quando sai di essere lontano anni luce dal tuo mondo e ti chiedi: "Abbiamo fatto la cosa giusta?"

Vedi la sofferenza fisica, tanta, e non puoi fare nulla, ma hai anche la consapevolezza che era l'unica strada possibile, non c'erano alternative.

Ora posso dire che è stata un'esperienza che mi e ci ha cambiato la vita, sicuramente non siamo genitori fantastici, come spesso ci siamo sentiti dire, siamo semplicemente genitori che amano propri figli; trovo molto più sconvolgente il contrario. Mi chiedo come sia possibile smettere di amare i propri figli e rinnegarli.

Siamo ai parchetti vicino casa, Nicolò scorge una bambina e, tutto felice, le corre incontro urlando "biiiiiba". La bambina ha circa 5-6 anni, è bellissima e si chiama Enia. Le faccio i complimenti per il nome mentre loro cominciano a giocare insieme.
Poco dopo Enia mi guarda perplessa e mi dice "Ha le scarpe sbagliate!"  Guardo subito i piedi di Nicolò pensando di avergliele messe al contrario (cosa che ho già fatto, peraltro) e le dico "Ma non mi sembra, le ho messe giuste!" "Eh no, ha le scarpe da femmina!" - ribatte lei - indicando con il dito la "N" colorata di fucsia sulle scarpe di Nicolò.

Credevo di essere libero da pregiudizi verso gli omosessuali, anzi coltivavo a loro riguardo pregiudizi favorevoli: la sensibilità, l'estro, la mitezza; pensavo ai grandi artisti che avevano questo orientamento e a chi sollevava obiezioni dicevo che né Mussolini né Hitler erano omosessuali. Poi assistendo alla sfilata di un pride alcuni anni fa mi venne un groppo alla gola vedendo dei genitori che mostravano cartelli con la scritta "etero o gay son tutti figli miei". Li ammiravo, pensavo alle montagne di dolore che avevano dovuto scalare per arrivare fin là, ma mi turbavano.